
Il ciclismo al cubo
di Barbara Meletto
Nei primi anni del Novecento la bicicletta era un mezzo di trasporto molto diffuso tra la popolazione urbana; agile e scattante essa consentiva di coprire in breve tempo distanze molto lunghe. Accanto al suo uso pratico, si andava diffondendo anche un utilizzo più propriamente agonistico: siamo agli albori del ciclismo, che diverrà il primo sport di massa, assai prima e assai più del calcio.

La corsa su strada alle Olimpiadi di Pechino (foto © Rdosport)
LA PARIGI-ROUBAIX
In piena belle époque il ciclismo suscitava grande entusiasmo in Francia, nazione che vide la nascita della prima competizione ufficiale, la Parigi-Rouen, il 7 novembre 1869. Questa passione alimentò la fondazione di numerose riviste dedicate al nuovo sport le quali, tra le altre cose, si adoperarono nell’organizzazione di gare, contando sul ritorno che i campioni del pedale avrebbero garantito in termini di vendite.
Fu infatti “Le Vélo”, primo quotidiano sportivo francese, a patrocinare numerose competizioni, fra cui la celeberrima Parigi-Roubaix. La “Regina delle classiche”, detta anche “Inferno del Nord”, venne ideata da due patiti della pista, Theodore Vienne e Maurice Perez, dopo che nel 1895 avevano fatto costruire un velodromo tra gli abitati di Croix e Roubaix, nei pressi del parco Barbieux.
Il 19 aprile 1896 alle 05.30 del mattino, di fronte al ristorante Gillet a Port Maillot, prese il via la prima edizione della Parigi-Roubaix. Il vincitore fu il tedesco Josef Fischer che, con un tempo di 9 ore e 17 minuti, portò a casa un premio in denaro di 1.000 franchi, pari a sette volte il salario mensile di un minatore del tempo.

Particolari di un ponte parigino (foto © Rdosport & Marta Magni Images)
Il velodromo di Roubaix venne distrutto durante la Prima Guerra Mondiale così, dopo aver cambiato varie sedi di arrivo, si scelse la pista del Parc des Sports come destinazione finale. Anche la partenza venne spostata. Dal 1968 non si partì più da Parigi, ma da Compiègne, cittadina a circa sessanta chilometri dalla capitale. Questi cambiamenti pratici non scalfirono la natura leggendaria della corsa: un vagare tra le strade dimenticate di Francia che non concede paragoni. Non ci sono salite o tratti impervi, qui l’unica difficoltà è data dal rozzo pavè, cubi sconnessi di porfido o ciottoli tondi di pietra che frenano le biciclette e mettono a dura prova gli atleti. È un vero e proprio Inferno, ma è una corsa che da sola vale una carriera “anche se non la vinci”, come ebbe a dire Roger De Vlaeminck, che però la vinse per ben quattro volte! “La Roubaix comincia come una festa e finisce come un incubo.” (Guy Lagorce, giornalista e scrittore francese)
L’OPERA
Alla Roubaix i colori sono una gamma infinita di grigi, i colori del fango e della pietra, della polvere e del carbone; ma sono anche i colori accesi dello sforzo e della tensione, del sangue e del tormento. Una gara da dipingere più che da fotografare.
Il 7 aprile 1912, alle sei del pomeriggio, Charles Crupelandt tagliò il traguardo della diciassettesima edizione della Parigi-Roubaix. Quel giorno tra il pubblico c’era anche un pittore che rimase folgorato dallo spettacolo. Improvvisamente vide il tempo dilatarsi, lo spazio scomporsi ed accellerare. Quel pittore era Jean Metzinger, teorico del Cubismo, un’avanguardia artistica volta a rappresentare nella bidimensionalità della tela la consistenza spazio-temporale della realtà.

Jan Metzinger Au Vélodrome 1912
Il taccuino di Metzinger si riempì di schizzi: Crupelandt, sfrecciando all’interno del velodromo di Roubaix, aveva rivelato all’artista i principi della quarta dimensione, della prospettiva multipla e del dinamismo. Nei mesi successivi prese forma un dipinto battezzato dall’artista “Au Vélodrome” (Al Velodromo), acquistato nel 1945 dalla grande collezionista americana Peggy Guggenheim e oggi custodito alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia.
Al centro dell’opera troneggia la figura del campione, la cui silhouette è resa trasparente dalla velocità, mentre il manubrio della bicicletta è sdoppiato per rendere la continuità spazio-tempo, ossia quella quarta dimensione a cui si allude anche con il numero 4, visibile tra le tribune. La terza dimensione viene invece introdotta dalla granulosità della sabbia, a cui si aggiunge l’artifizio del collage, tecnica molto amata dai cubisti: due frammenti di giornale, prelievi del mondo reale, che hanno permesso di identificare il protagonista e di datare il dipinto. Ecco che quella sagoma evanescente ha un nome: Charles Crupelandt. Soprannominato il “Toro del Nord”, fu l’unico ciclista di Roubaix a vincere la Parigi-Roubaix e, per la grandezza della sua impresa, a lui venne dedicato l’ultimo tratto di pavé della gara.
Fu un caso, ma un caso assai favorevole. Quel giorno a Roubaix si incrociarono le sorti di due uomini, destinate ad essere intrecciate per sempre. I cubi della pittura avevano incontrato i cubi di Roubaix, immortalando un evento entrato a far parte della storia.
“[Ci sono dei segreti per affrontare la Roubaix?] Il primo è la paura. Deve sparire. Va cancellata. È un sentimento che spesso viene associato alla Roubaix. Ma io dico: chi ne ha, stia a casa. Quelle pietre sono devastanti, non perdonano. Sono crudeli, non hanno pietà. Ma vanno sfidate. Aggredite. Dominate, non subite. A volte ti trovi a dover sfidare buche grandi come mezza ruota. Più che il ciclista, fai l’acrobata.” (Francesco Moser)